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L´olocausto degli zingari “Liberté” commuove la Francia

L´olocausto degli zingari “Liberté” commuove la Francia – Una recensione

Il regista Gatlif: “Sono tutte storie vere che mi hanno raccontato i sopravvissuti”
di LAURA PUTTI

PARIGI C´è una parola nella lingua rom che significa genocidio. E´ “samudaripen”. Non indica un genocidio qualunque, ma quello che durante la Seconda Guerra Mondiale sterminò tra i 250 e i 500mila zingari in territorio europeo. La cifra è vaga perché volutamente mantenuta vaga è la vicenda. Pochi sono i libri storici sulla deportazione degli zingari nei campi di sterminio, inesistenti letteratura e cinema. Il popolo degli zingari non scrive e non filma, non ha memoria, fugge il passato e i suoi fantasmi. Ma da almeno trent´anni il regista francese Tony Gatlif (nato in Algeria da madre gitana) ricostruisce in maniera poetica la storia degli zingari. Dopo film importanti come Latcho Drom (1993) e Gadjo Dilo (1997) fino ai più recenti Exils (2004) e Transylvania (2006), era inevitabile che, prima o poi, Gatlif si sarebbe occupato dell´olocausto dimenticato del popolo nomade. Lo fa a suo modo in Liberté, da poco uscito in Francia; lo fa con molta poesia, con un tocco pedagogico, un pizzico generoso di politicamente corretto e, soprattutto, raccontando una bellissima storia.
Quella di una famiglia di zingari che nel 1943 arriva con le sue tre carovane nella Borgogna occupata dai nazisti. Tra loro è il muto e “fool” Taloche, eccitatissimo e poetico simbolo di libertà, violinista, scalatore di alberi e unito quasi sessualmente alle terre che percorre, interpretato da James Thierrée (il musicista-acrobata figlio di Victoria Chaplin, di impressionante somiglianza a suo nonno Charlot). Lungo la strada la famiglia ha raccattato un orfanello in fuga, P´tit Claude, il piccolo Claude, al quale tanta libertà non pare vera e all´avventurosa vita gitana si adatta in un attimo. Ma, al contrario di molti dei nostri sindaci odierni, quello del villaggio vicino all´accampamento (Marc Lavoine) cerca in ogni modo di proteggere gli zingari. Sa bene il rischio che corrono, sa che leggi razziali del regime di Vichy seguono gli ordini dei nazisti invasori e lotta fino alla fine per impedire ai francesi collaborazionisti di denunciare i gitani. Accanto a lui una maestra resistente, mademoiselle Lundi (Marie-Josée Croze), aiuterà i bambini dell´accampamento a frequentare la scuola.
In “Liberté” (che non ha ancora un distributore italiano e chissà se con i tempi che corrono lo troverà) Tony Gatlif racconta, con altri nomi, la storia di personaggi realmente esistiti. «Yvette Lundy, maestra resistente deportata a Ravensbruck, che oggi ha 94 anni, mi ha aiutato a ricostruire la sua storia. Io ho trovato quella del notaio Théodore, che ho trasformato in sindaco, il quale ha cercato di salvare lo zingaro Tolloche e la sua famiglia internata nel campo di Montreuil-Bellay. Liberata grazie al notaio la famiglia di Tolloche ebbe anche in dono una casa. Ma incapaci di vivere tra quattro mura i gitani ripartirono verso il Belgio, furono catturati, deportati e sterminati» dice Gatlif al telefono dalla Svizzera dove ha accompagnato l’uscita del suo film. «Il film è quindi storicamente ineccepibile anche se io non sono uno storico, sono uno che lavora attraverso la poesia e sempre dalla parte dei gitani. Solamente in Francia c´erano quaranta campi, e ventimila persone vi sono state deportate. Dal Belgio invece partivano i treni verso la Polonia, verso Auschwitz».
Tra i momenti più belli di Liberté, l´atto con cui Taloche-Thierrée, ospitato con tutta la famiglia in casa del giovane sindaco, apre i rubinetti per restituire all´acqua la sua libertà; oppure quando Taloche correndo come un pazzo sui binari dopo aver visto alcuni nazisti bagnarsi in un fiume, vi trova un orologio da tasca con una frase incisa in ebraico, e sarà l’unico momento in cui nel film l´olocausto degli ebrei sarà accostato a quello degli zingari. Altro momento commovente sono i ritratti degli zingari nei campi, la cui efficacia si deve al direttore della fotografia Julien Hirsh (capo operatore di Godard e Téchiné, tra gli altri), vero maestro della luce. Sono presepi viventi, mute ed immobili istantanee di gruppo che, più di mille parole, spiegano una tragedia. Sembrano le fotografie ritrovate ad Auschwitz nello studio del dottor Mengele.”

Fonte: la Repubblica 10.3.10

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